Cultura e sostenibilità, un legame necessario.

Cultura e sostenibilità, un legame necessario.

L’integrazione della Corporate Cultural Responsibility negli SDGs e nella Finanza Sostenibile.

Nel dibattito contemporaneo sullo sviluppo sostenibile, la cultura occupa una posizione paradossale. Da un lato è riconosciuta formalmente come elemento abilitante e trasversale; dall’altro, nei meccanismi operativi degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), rimane marginale, spesso confinata a un ruolo ancillare rispetto alle dimensioni economiche, sociali e ambientali. In questo contesto si inserisce la CCR (Corporate Cultural Responsibility), che assume una rilevanza strategica soprattutto per il settore finanziario. Se la cultura è una leva di preservazione e resilienza territoriale, la sua scarsa integrazione negli SDGs rappresenta non solo una lacuna concettuale, ma un rischio economico e finanziario di lungo periodo.

Con l’adozione dell’Agenda 2030, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha riconosciuto esplicitamente la cultura solo in maniera limitata, attraverso il Target 11.4 dedicato alla protezione del patrimonio culturale e naturale. L’azione di UNESCO, in particolare tramite il framework dei “Culture 2030 Indicators”, ha cercato di superare questi limiti, dimostrando come la cultura contribuisca trasversalmente a obiettivi quali lavoro dignitoso, innovazione, inclusione sociale, resilienza climatica e governance partecipativa. Tuttavia, nel sistema di reporting globale degli SDGs, la cultura non è riconosciuta come quarto pilastro dello sviluppo sostenibile. Rimane una variabile implicita, raramente integrata nei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) adottati da mercati e istituzioni finanziarie.

Questa sottovalutazione è sorprendente se si osserva l’evoluzione storica dell’umanità. La tradizione culturale e la capacità di arricchirla e preservarla non ha rappresentato un lusso, ma un fattore determinante di sopravvivenza e progresso. Le civiltà che hanno saputo consolidare, trasmettere e adattare il proprio patrimonio simbolico, tecnico e sociale hanno mostrato maggiore resilienza agli shock esterni. L’Impero Romano, ad esempio, non si è espanso solo per forza militare o capacità amministrativa, ma per la diffusione di un sistema culturale condiviso – diritto, lingua, infrastrutture – che ha creato coesione e fiducia negli scambi economici. Secoli dopo, il Rinascimento italiano ha dimostrato come l’investimento culturale possa generare esternalità economiche profonde: la committenza artistica delle famiglie di banchieri quali i Medici a Firenze, non era mera filantropia, ma un’operazione di consolidamento reputazionale e di attrazione di capitale umano qualificato.

Un esempio emblematico in epoca moderna è rappresentato dal sistema di tutela promosso dall’UNESCO attraverso la Convenzione del 1972 sul patrimonio mondiale. L’inclusione di siti nella lista del Patrimonio dell’Umanità ha generato impatti economici significativi, non solo in termini di turismo, ma di rigenerazione urbana, sviluppo infrastrutturale e rafforzamento dell’identità locale. Un esempio risiede in città come Matera, la cui valorizzazione culturale ha trasformato un’area marginale in un polo attrattivo internazionale. In questo caso, la cultura ha agito come moltiplicatore di valore immobiliare, di investimenti e di occupazione. Tuttavia, questi effetti raramente vengono contabilizzati nei sistemi standard di misurazione della sostenibilità finanziaria.

La CCR si inserisce proprio in questo spazio non ancora strutturato. Se la Corporate Social Responsibility ha trovato una formalizzazione nei criteri ESG, la Corporate Cultural Responsibility fatica a emergere come categoria autonoma. Eppure, a livello finanziario, la cultura è un asset strategico sotto almeno tre profili. In primo luogo, rappresenta un fattore di stabilità territoriale. Comunità con forti identità culturali mostrano livelli più elevati di coesione sociale, minore conflittualità e maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti economici. In secondo luogo, la cultura alimenta l’economia creativa, un settore in crescita che incide significativamente sul PIL e sull’occupazione qualificata. In terzo luogo, la cultura rafforza la reputazione istituzionale e la fiducia, elemento cardine si ogni transizione economica.

Il paradosso attuale risiede nel fatto che la finanza sostenibile, pur evolvendo rapidamente, tende a privilegiare metriche ambientali misurabili – emissioni di CO₂, consumo idrico, efficienza energetica – trascurando dimensioni immateriali come il patrimonio culturale, le tradizioni locali, le competenze artigianali. Tuttavia, la perdita culturale può generare impatti economici comparabili a quelli derivanti dal degrado ambientale. La scomparsa di saperi tradizionali in ambito agricolo, ad esempio, può compromettere la biodiversità e la sicurezza alimentare. La distruzione di patrimoni culturali in contesti di conflitto ha dimostrato di avere effetti destabilizzanti di lungo periodo, come evidenziato nei casi del Medio Oriente negli ultimi decenni.

Dal punto di vista finanziario, integrare la cultura negli SDGs significherebbe riconoscerla come infrastruttura immateriale del territorio. Così come si finanziano reti energetiche o trasporti, si dovrebbe considerare la tutela del patrimonio culturale e la promozione delle industrie creative come investimenti in capitale territoriale. Un’impresa che sostiene progetti culturali non compie solo un’azione reputazionale, ma contribuisce alla riduzione del rischio sistemico locale. La resilienza climatica, ad esempio, è più efficace quando integra conoscenze tradizionali di adattamento ambientale. Le politiche di rigenerazione urbana ottengono risultati più duraturi quando valorizzano identità e memoria storica.

La mancata piena integrazione della cultura negli SDGs produce anche un effetto distorsivo nei flussi di finanziamento internazionale. I fondi per lo sviluppo privilegiano infrastrutture fisiche e programmi ambientali, mentre le iniziative culturali sono spesso relegate a linee di bilancio marginali. Questo crea un disallineamento tra ciò che genera valore nel lungo periodo e ciò che viene finanziato nel breve. Tale disallineamento può tradursi in minore sostenibilità dei progetti finanziati, perché privi di radicamento culturale e quindi meno accettati dalle comunità.

Adottare una strategia di CCR implica superare la logica della sponsorizzazione episodica e integrare la cultura nella governance, nella gestione del rischio e nelle politiche di investimento. Significa valutare l’impatto culturale dei progetti finanziati, sostenere filiere creative locali, promuovere educazione artistica e patrimoniale come parte della formazione finanziaria. Significa anche dialogare con istituzioni internazionali come l’UNESCO per contribuire allo sviluppo di indicatori che rendano misurabile il valore culturale nei bilanci di sostenibilità.

In conclusione, la cultura non è un elemento ornamentale dello sviluppo sostenibile, ma una sua infrastruttura portante. La sua attuale marginalizzazione negli SDGs rappresenta un limite sistemico che rischia di compromettere la resilienza dei territori e la sostenibilità degli investimenti. Per il mondo finanziario, la CCR non è solo un dovere etico, ma una scelta strategica. Integrare cultura e finanza significa investire nella capacità delle comunità di generare valore nel tempo, riducendo i rischi e ampliando le opportunità. In un’epoca di transizione ecologica e digitale, riconoscere la cultura come infrastruttura strategica dello sviluppo significa rafforzare la solidità dei territori, tutelare il valore nel lungo periodo e consolidare la sostenibilità del sistema finanziario che opera in quel contesto.

Alice Ranucci
U.O. ESG Banca del Fucino