Negli ultimi anni le buste paga degli italiani sono cresciute soprattutto grazie al fisco, più che ai rinnovi contrattuali. I numeri dell’ultimo Rapporto annuale dell’INPS parlano chiaro: per il dipendente italiano medio l’incidenza di tasse e contributi è scesa dal 28,6% del 2019 al 23,1% del 2025, dopo aver toccato un minimo del 22,2% nel 2024.
Già, ma chi è il “dipendente medio”? È una persona che ha una retribuzione pari alla mediana, cioè al valore che divide esattamente a metà la distribuzione dei salari (il 50% guadagna di più e il 50% guadagna di meno). Ebbene, sempre secondo l’INPS, il suo salario lordo è passato dai 30.755 euro annui del 2019 ai 34.070 del 2025, con un aumento del 10,8%. Il netto, però, è cresciuto quasi il doppio: da 21.969 a 26.190 euro l’anno, il 19,2% in più. Su 14 mensilità significa essere passati da circa 1.569 a 1.871 euro al mese. A spiegare questa crescita del netto, decisamente superiore a quella del lordo, sono soprattutto gli sgravi fiscali e contributivi. Sono stati proprio questi interventi a consentire agli aumenti in busta paga di tenere sostanzialmente il passo dell’inflazione, che nello stesso periodo è stata compresa tra il 18,2% (indice FOI) e il 20,5% (indice IPCA).
Tra gli interventi che hanno sortito questo effetto c’è stato l’accorpamento delle aliquote IRPEF, passate da cinque a quattro nel 2022 e da quattro a tre nel 2024, insieme all’aumento delle detrazioni per lavoro dipendente. Nel 2025, poi è stata decisa una detrazione aggiuntiva fino a 1.000 euro per i redditi più bassi (20-40 mila euro) e un bonus per quelli inferiori a 20mila l’anno.
Chi non tiene il passo dell’inflazione
Il beneficio, come è facile immaginare, non è stato uguale per tutti. Il prelievo è calato soprattutto per i redditi medi - da 28,6% al 23,1%, appunto - e in misura un po’ minore per quelli bassi, che partivano da livelli di tassazione più contenuti: per il 10% dei dipendenti con i salari inferiori tasse e contributi sono diminuiti dal 20,2% al 15,4%. Considerando quindi questi sgravi e l’andamento degli stipendi lordi, anche per questa fascia i salari netti sono cresciuti, ma meno dell’inflazione, +16,9%.
Nel caso dei salari più alti, invece, i numeri del prelievo fiscale sono rimasti quasi fermi. Per il 10% dei dipendenti con le retribuzioni più elevate, l’incidenza di tasse e contributi è scesa appena dal 37,4% al 37,3%. In questo caso, dunque, gli sgravi hanno inciso pochissimo e la crescita delle retribuzioni è dipesa quasi esclusivamente dagli aumenti della RAL riconosciuti dalle aziende. Aumenti che, per questa fascia, sono stati comunque superiori a quelli del dipendente mediano: +14,8% contro +10,8%. Il risultato è che anche gli stipendi netti dei lavoratori meglio pagati sono cresciuti, ma meno di quelli della fascia mediana: +15%.
In sostanza, di fronte a divari retributivi che tendono ad ampliarsi e ad aumenti più contenuti per chi guadagna meno, con il conseguente rischio di uno scivolamento verso la povertà, il fisco ha svolto in questi anni una funzione di compensazione, contribuendo a contenere le disuguaglianze. Una strategia importante, ma che nel lungo periodo non può sostituire ciò che resta il vero nodo: una crescita più robusta dell’economia e, con essa, delle retribuzioni lorde.