L’intelligenza artificiale distrugge posti di lavoro: è vero? Negli Usa, nei tre anni successivi al lancio di ChatGPT – avvenuto nel 2022 – nei settori più esposti all’IA la riduzione dell’occupazione tra i 22-25enni è stata del 6%. Non si tratta però per intero di licenziamenti, quanto piuttosto di un calo delle assunzioni. Non si può quindi affermare che sia tutta colpa dell’IA: il dato, infatti, è anche il riflesso del rallentamento dell’economia, che, come sempre, inizia con un calo della domanda di nuovi giovani lavoratori.
In realtà altri segnali dicono che l’IA i posti di lavoro li sta creando. Uno di questi viene da Vanguard, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo, secondo il quale tra il 2023 e il 2025 l’occupazione nelle 100 mansioni più esposte all’IA ha visto negli Usa una crescita media annua maggiore di quella di tutte le altre mansioni: +1,7% contro +0,8%, mentre tra il 2015 e il 2019 l’aumento dei posti di lavoro era stato piuttosto omogeneo in questi due gruppi. Per esempio, tra 2023 e 2025 gli ingegneri informatici delle aziende di software sono cresciuti del 6,5%, mentre l’occupazione totale di quelle stesse imprese del 2%.
Dati simili vengono dal Regno Unito: tra fine 2022 e fine 2025 – secondo quanto riportato dal Centre for British Progress – le attività che usano di più l’IA hanno visto un aumento occupazionale del 4,5%, mentre in quelli in cui l’IA non è stata adottata l’occupazione è scesa del 5,6%.
È comunque presto anche per affermare che l’IA possa rivelarsi benefica per il mercato del lavoro. Del resto, come fa notare un’analisi di Anthropic, il livello di utilizzo di questa tecnologia è ancora inferiore a quello potenziale: l’intelligenza artificiale, è stato misurato, potrebbe avere un ruolo nel 94% delle operazioni del settore computer e calcolo, ma per ora è usata solo al 33%; idem nel settore amministrativo e contabile.
Quali lavoratori potranno realmente beneficiare dall’IA?
La verità è che l’intelligenza artificiale non sempre ha un forte impatto (positivo o negativo) sulle mansioni che sono potenzialmente più interessate da essa. Questo perché quelle occupazioni sono l’insieme di molte attività differenti, spesso svolte in sequenza: alcune sono automatizzabili, altre no, e basta che solo una non lo sia per rendere non automatizzabile tutto il processo. L’aumento di produttività complessivo prodotto dall’IA dipende, insomma, proprio dal grado di efficientamento dell’operazione più lenta, quella definibile come “il collo di bottiglia”.
Non solo: gli analisti di Boston Consulting affermano che l’effetto sull’occupazione di questa maggiore produttività generata dall’intelligenza artificiale è da valutare anche alla luce della domanda di mercato. Alcuni dei lavoratori (il 17% negli Usa), infatti, sono sia in settori a domanda crescente sia in ruoli che possono venire ampliati o trasformati dall’IA. La domanda di ingegneri del software, ad esempio, è probabilmente destinata ad aumentare ulteriormente, mentre il lavoro in ambito assicurativo potrebbe essere completamente trasformato con l’arrivo di nuovi prodotti, ancora più complessi e magari destinati ad una clientela oggi ancora inesistente. Non conta solo la mansione in sé, insomma, ma anche la dinamicità della domanda di mercato rivolta al settore nel quale si è impiegati: in presenza di una domanda elevata, anche occupazioni esposte all’IA potrebbero trovarsi di fronte a più offerte di lavoro rispetto al passato.
Altri lavoratori (il 14% negli Usa), invece, potranno andare incontro a una profonda riconversione, ma senza necessariamente subire tagli occupazionali, come nei servizi di marketing. Molti altri (il 23% negli Usa) continueranno a svolgere il proprio ruolo, ma in modo più accurato, come i tecnici di laboratorio. Se poi per un folto gruppo, che include insegnanti e medici, i cambiamenti saranno pochi, per un segmento più piccolo (il 12% negli Usa), che include lavoratori dei call center o analisti finanziari, c’è effettivamente un pericolo di sostituzione. Anche qui, tuttavia, i danni occupazionali potranno essere limitati da una riconversione professionale e, magari, dal passaggio da un settore all’altro. Come è sempre accaduto nella storia delle innovazioni tecnologiche.