Crolla l’abbandono scolastico e diminuiscono nettamente i giovani che non studiano e non lavorano, cioè i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training): se consideriamo chi ha meno di 30 anni, il numero dal 2015 al 2025 si è quasi dimezzato, passando dal 25,7% al 13,3% sul totale delle persone della stessa età. La riduzione maggiore si è verificata proprio nell’ultimo periodo: -10% in soli quattro anni, dal 2021.
Quale è la ragione di questo calo? Sotto quale aspetto si è verificato il maggiore cambiamento? Vediamo i numeri. Nel caso dei più giovani determinante è stato l’aumento degli studenti: tra gli adolescenti, il numero di studenti tra il 2015 e il 2025 è cresciuto del 6,3% (dall’86,8% al 93,3%), un dato importante in un Paese in cui il fenomeno dell’abbandono scolastico è sempre stato più grave rispetto al resto d’Europa, soprattutto in alcune aree del Paese.
Ancora più imponente è stato l’incremento della quota di 20-24enni che frequentano l’università o corsi di formazione, passata, sempre in 10 anni, dal 45,1% al 59%. Il risultato è stato un crollo dei Neet in questa fascia di età dal 31,1% al 15,2%.
Appare evidente come la diminuzione dei giovani che non studiano e non lavorano sia stato innanzitutto un fenomeno micro, maturato nelle famiglie, che sembrano essere divenute più consapevoli dell’importanza della formazione, anche grazie alla maggiore istruzione – in media – dei genitori degli adolescenti attuali. Probabilmente ha contribuito anche la digitalizzazione, che rende più semplice la trasmissione di informazioni, competenze, nonché il tracciamento dell’abbandono scolastico o come l’espansione delle tipologie di formazione (si pensi agli ITS).
Tra gli adolescenti i NEET sono persino meno della media Ue
Non è però da sottovalutare, soprattutto se parliamo dei 20enni, il ruolo dell’aumento dell’occupazione: tra i 20-24enni, infatti, in 10 anni i lavoratori sono cresciuti di 6 punti (dal 27,3% al 32,3%), mentre tra quanti hanno tra 25 e 29 anni di quasi 11 punti (dal 51,8% al 62,6%), con incrementi analoghi nel caso degli uomini e delle donne. Qui tra i fattori che hanno influito ci sono probabilmente anche quelli demografici: con la diminuzione del numero di giovani, quelli che sono presenti sul mercato diventano più ambiti. Non va poi trascurato l’effetto della riduzione dei salari reali, che da un lato ha certamente danneggiato il potere d’acquisto di chi era già occupato, dall’altro ha consentito maggiori assunzioni alle aziende.
Nel confronto con il resto d’Europa i miglioramenti sono ancora più evidenti, perlomeno se parliamo di adolescenti: nel caso di chi ha meno di 20 anni, i NEET italiani nel 2025 sono scesi persino sotto la media Ue, mentre nel 2015 eravamo i quinti peggiori. Per quanto riguarda i 20-24enni siamo oggi i quinti, ma a metà dello scorso decennio eravamo i peggiori in assoluto, e attualmente presentiamo dati migliori di quelle francesi.
C’è naturalmente ancora molto da fare, specialmente nel caso dei 25-29enni: siamo ancora terzi nell’Ue, dietro Romania e Grecia, per percentuale di NEET (sono uno su 5), ma nel 2015 eravamo secondi. Qui, del resto, ad avere un impatto non è tanto l’aumento dell’accesso alla formazione, che dipende anche da aspetti culturali e legislativi, ma quasi solo l’incremento dell’occupazione, che c’è stato, come si è detto, ma non in misura superiore a quanto è accaduto anche nel resto d’Europa. In sostanza, in questo caso a contare è soprattutto la crescita economica, che oggi è troppo debole.