Aumenta la concentrazione della ricchezza in Italia. Secondo i dati di Banca d’Italia, la quota dei patrimoni detenuta dal 10% più ricco è salita dal 56,2% del 2019 al 60,6% del 2025, e il 5% più facoltoso è arrivato a possedere oltre la metà della ricchezza nazionale, 50,3%, dal precedente 44,7%. In termini assoluti una famiglia del decimo decile più abbiente è passata da 2,07 a 2,74 milioni di euro di patrimonio netto, con un balzo del 32,5%, decisamente maggiore dell’aumento complessivo di tutte gli asset degli italiani, +9,5%.
Eppure sarebbe sbagliato trarre la conclusione che in Italia prosperano soltanto i più ricchi. I dati ci raccontano un aspetto meno conosciuto: anche i meno abbienti hanno fatto passi avanti significativi. Il 20% più povero (primo quintile) della popolazione ha visto una crescita del patrimonio netto, per quanto molto ridotto in valore assoluto, di ben il 38,2%, persino maggiore di quella che ha riguardato i più ricchi. Per il secondo quintile, il ceto medio-basso (più ricchi del 20% più povero e più poveri del 60% più abbiente) l’incremento è stato del 26,1%.
Le cause sono diverse: per il primo quintile è la diminuzione dei debiti, in particolare dei mutui per la casa; negli anni questo segmento della popolazione ne ha accesi meno a causa dei tassi più alti, ma c’è stato anche un incremento dei depositi che è stato maggiore di quello medio italiano.
Per il secondo quintile, al contrario, è proprio il valore del patrimonio immobiliare a essere salito molto negli anni, del 37,3%, molto più dei depositi. La ragione è che molti italiani di questo ceto medio-basso sono diventati proprietari di casa, un dato confermato anche dall’Istat, che vede un incremento della quota di possessori di abitazioni.
Miglioramenti più modesti per il ceto medio
In sostanza l’aumento delle compravendite di case che è avvenuto nel tempo ha coinvolto famiglie non abbienti (ma non poverissime), grazie anche alla parziale diminuzione dei tassi e alle agevolazioni per i giovani, e ciò ha provocato un aumento dei loro patrimoni. Non è avvenuto per il 20% più povero, tra i quali molti stranieri, che però ha beneficiato dell’aumento occupazionale, con conseguente crescita dei conti in banca a livello aggregato.
Le cose sono andate in modo completamente diverso per i più ricchi, i cui patrimoni non poggiano sul mattone (che pesa per una quota molto minoritaria dei loro attivi) ma su imprese e finanza. La ricchezza finanziaria d’impresa, cioè le azioni non quotate e le partecipazioni in società, del 10% più ricco è raddoppiata, mentre il valore delle azioni quotate è salito del 91% dal 2019.
Ad avere visto molti meno progressi, invece, sono gli italiani del ceto medio e medio-alto, con aumenti dei patrimoni inferiori a quelli medi. È avvenuto perché nel loro caso la gran parte degli asset posseduti consiste in immobili, ma chi fa parte di questo segmento di popolazione in gran parte è già proprietario e il valore delle case già esistenti è aumentato poco. Allo stesso tempo il ceto medio si è tenuto ancora troppo lontano da quegli strumenti finanziari che hanno visto i maggiori guadagni.