NIXON E LA FINE DELLA CONVERTIBILITÀ DEL DOLLARIO IN ORO

Nixon
06-09-2022

Il 15 agosto 1971, a Camp David, il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro. 
I costi del lungo conflitto in Vietnam (iniziato nel 1959) e l’aumento della spesa sociale a causa del programma della Great Society del Presidente Johnson avevano costretto la Federal Reserve a emettere molta più moneta rispetto alle riserve auree. Il dollaro, inflazionato, stava perdendo valore. 


Si sanciva così la fine di Bretton Woods, sistema sorto per evitare le crisi sistemiche come quella del ’29 e stabilizzare i cambi. 
Così facendo, Nixon cambiò la storia dei decenni successivi: il “Nixon shock” chiuse l’epoca dei cambi stabili, aprì quella delle valute fluttuanti e del boom della finanza. 
Gli Stati Uniti tornarono liberi di stampare moneta senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi immessi sul mercato. 
Con la decisione storica di sospendere indefinitamente la convertibilità non si era adottata una misura temporanea, ma si era sancita la fine di un’epoca. 


Ecco come descrive questo passaggio Roberto Petrini nel suo “Controstoria della moneta”: 
“Assistiamo ad un nuovo punto di svolta che rende tutto ancora più fluido e meno governabile: le riserve a copertura del circolante conservate dalle banche centrali non sono più definite dalla tecnologia, cioè dalla quantità di oro estratta dalle miniere, oppure dalla politica economica della Gran Bretagna o degli Usa, come nel periodo della sterlina e del dollar standard, ma le riserve vengono create dagli Stati rivolgendosi al mercato dei capitali: il mercato risolve il problema della liquidità che aveva afflitto i sistemi precedenti. Aprendo tuttavia la porta ad immensi rischi”. 
 

 
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